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giovedì, 29 settembre 2005
Algeria: la volpe perde il pelo, ma non il vizio

Abdelaziz BouteflikaA quanto pare i 200.000 morti della guerra civile algerina non sono bastati alle autorità costituite, nella persona di Bouteflika, a tagliare col passato. Dal 1988 ad oggi i vari presidenti succedutisi, a partire da Chadli, hanno sempre tenuto in scacco le istanze di opposizione (terroristiche o meno), cercando di dividere, nell'ambito dei movimenti di contestazione la gioventù urbana povera dalla borghesia religiosa. Tale divisione raggiunse il suo acme nel 1992, quando, a seguito dell'annullamento delle elezioni politiche vinte dal FIS nel 1991 (Fronte Islamico di Salvezza), si formarono due schieramenti: il GIA (Gruppo Islamico Armato) e l'AIS (Esercito Islamico di Salvezza). Ebbene, dopo il 1998, ultimo anno dei sanguinosi massacri, il potere costituito ha comunque vinto la sua lotta contro i movimenti terroristici che proprio in quegli anni si impelagarono in una deriva settaria, come nel caso del GIA "capitanato" dall'Emiro Zouabri che lanciò follemente il Jihad contro tutta la società algerina e il takfir (la scomunica) contro tutti coloro che non aderivano alla sua setta e che per tale motivo si ritrovò isolato anche dai suoi sostenitori rifugiati  a Londra. Un po' quello che successe in Egitto negli anni '70 per la setta "Società dei Musulmani" di Shukri Mustapha.
La verità è che da quando raggiunse l'indipendenza, l'Algeria, o meglio, le istituzioni algerine sono state tenute in scacco dai militari. Non si può infatti prescindere dal ruolo dei militari in Algeria: sono questi che hanno manovrato le mosse politiche a loro piacimento. Se l'Algeria non si libererà della sua intellighenzia militare, è poco plausibile un cambiamento in senso democratico: è inutile combattere il terrorismo se poi le istituzioni stesse che lo combattono sono antidemocratiche: in tal modo si crea una spirale di violenza senza fine, un circolo vizioso che si alimenta e dal terrorismo e dal potere illiberale. La fase di stallo algerina difficilmente troverà sbocchi democratici se continuerà ad essere impantanata negli schemi del passato.
Occorre quindi una svolta.
Sfortunatamente questo referendum è l'ennesima farsa e chi conosce la storia dell'Algeria sa bene che tutto ciò non gioverà al Paese, ma, anzi, lo trascinerà in altri ben più gravi problemi.
Mi fermo su questo lungo preambolo che certo è molto semplificato e incompleto (per descrivere accuratamente la storia algerina ci vorrebbero numerose pagine di questo blog), ma che è una sorta di introduzione al seguente articolo pubblicato sul Foglio on-line del 29/09/2005:

"La Vecchia Europa, Francia in testa, vede in questi giorni maturare i frutti avvelenati della sua strategia di contrasto al terrorismo islamico, concretizzata in un appoggio incondizionato al governo algerino. Questa strategia è iniziata nel 1991 con l’annullamento delle prime elezioni democratiche (vinte dagli islamici), che ha innescato una guerra civile con ben 200 mila morti: è un modo di operare contrapposto a quello adottato dalla “Coalition of the willing” in Iraq. Così, mentre il governo di Baghdad, democraticamente eletto, chiama al voto per l’approvazione di una Costituzione liberale e democratica, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika (eletto con un voto non democratico con l’83,9 per cento dei suffragi) chiama gli algerini a un referendum sulla “Carta per la riconciliazione nazionale”, in un contesto in cui il terrorismo islamico non è stato sconfitto, ma cronicizzato: 44 morti nel settembre 2005 e una media di 400-500 persone uccise l’anno.
La Carta dovrebbe limitarsi a delineare la strada per la pacificazione, ma in realtà sancisce un golpe istituzionale. Il suo dispositivo legislativo centrale, infatti, assegna al presidente della Repubblica poteri monocratici assoluti e dittatoriali senza che l’elettore ne sia informato, perché la scheda non riporta il testo della Carta, ma soltanto il titolo. Il suo dispositivo legislativo stabilisce che “il popolo algerino dà mandato al presidente della Repubblica di adottare tutte le misure atte a concretizzare le disposizioni”. Viene così assegnato a Bouteflika, in termini giuridici e politici, un potere tirannico che gli permette di legiferare motu proprio, evitando Parlamento e Corte costituzionale sull’intero campo delle libertà civili. Questo “golpe referendario” è denunciato con forza dalle organizzazioni algerine di difesa dei diritti dell’uomo, dalle forze d’opposizione, a partire dal Fronte des forces socialistes (Ffs) di Hocine Aït Ahmed, il Rassemblement pour la culture (Rcd) di Saïd Sadi e dalle famiglie dei “desaparecidos”, che chiamano al boicottaggio del voto. La loro previsione è che, abrogata per via referendaria anche la forma dei poteri del Parlamento (in un regime controllato in realtà dai generali) sui temi cruciali delle libertà individuali, Bouteflika intenda passare a una modifica costituzionale autoritaria che gli permetta di prolungare all’infinito il suo mandato.

Il paragone con Baghdad
Tra le ragioni del boicottaggio chiesto dalle forze di opposizione vi è anche lo scandalo di un meccanismo di “pacificazione” che copre le responsabilità del regime algerino nella conduzione della guerra civile, in cui ha agito con straordinaria ferocia. Tale comportamento è stato sempre tollerato e mai denunciato dalla Vecchia Europa, pur avendo raggiunto tali vette di crudeltà che il 31 marzo 2005 lo stesso Faruk Ksentini, presidente della Commissione per la promozione dei diritti dell’uomo voluta da Bouteflika, è stato costretto a dichiarare che le forze di sicurezza algerine avevano eliminato – “non sappiamo se sono vivi, sappiamo solo che sono scomparsi” – 6.146 avversari. Secondo Amnesty International e le associazioni delle famiglie, i “desaparecidos” a opera del governo (ci sono poi anche le sparizioni a opera dei terroristi) sono in realtà 18 mila. Al riguardo, però, la Carta prevede una disposizione che “respinge ogni contestazione mirante ad addossare allo Stato la responsabilità” degli omicidi illegali, avallando la tesi ufficiale che gli assassini “hanno agito a titolo personale e non su ordine del governo o dell’esercito”.
Per sottolineare ancora di più la natura autoritaria del provvedimento, il 25 settembre Bouteflika si è rimangiato la sua stessa proposta di riconoscere alla lingua tamazight dei berberi della Cabilia – che da anni chiedono l’autonomia e sono repressi nel sangue – lo status di lingua ufficiale accanto all’arabo, affermando che “non c’è alcun paese al mondo che abbia due lingue ufficiali e l’Algeria non sarà il primo”.
Molti governi, invece, offrono questa possibilità e proprio a Baghdad la Costituzione sottoposta al voto di questi giorni riconosce al curdo questo status. Il parallelo con l’Iraq è spesso evocato dai dirigenti algerini per contrapporre la propria strada di “pacificazione” a quella in corso a Baghdad. Il ministro algerino per la Cultura, Khalida al Messaoudi, sostiene: “Il terrorismo si è aggravato in seguito alla guerra in Iraq, gli Stati Uniti sono scesi in guerra per mettere le mani sul petrolio e governare il Golfo e il loro intervento ha completamente sfasciato lo Stato iracheno”.

E' un peccato che oggi la storia del terrorismo algerino appaia quasi sbiadita dinanzi agli altri - seppur importanti - avvenimenti del nostro tempo: l'auspicio e l'impegno di Face the Truth, dopo questo piccolo assaggio, è di portare agli occhi dei lettori tutta l'annosa vicenda della questione algerina.

Snake

Postato da: facethetruth a 19:47 | link | commenti

La "suprema" autorità morale di Prodi contro il "fazioso" Casini

Romano ProdiOrmai Romano Prodi è un fiume in piena. Non pago delle invettive banali lanciate contro il Presidente del Consiglio, si scaglia contro Casini. Leggiamo insieme uno stralcio della sue dichiarazioni riportate dal Corriere della Sera on-line del 29/09/2005:

"«Siamo molto preoccupati del ruolo degli arbitri che, invece di esercitare la loro funzione, parteggiano per uno dei giocatori», è l'affondo del Professore. Più o meno quello dichiarato qualche ora prima dal presidente dei Ds che aveva parlato di Casini come di un regista di «un'iniziativa lacerante». «Siamo molto preoccupati - rincara Prodi - da quanto sta avvenendo nel Parlamento». L'Unione - spiega - attuerà «tutte le iniziative necessarie in Parlamento e fuori dal Parlamento perché questa legge non venga approvata».
Attraverso la piazza semmai dunque, e non altre vie che non siano l'ostruzionismo ad oltranza, il centrosinistra intende bloccare la riforma della Cdl. «Non c'è nessun appello di nessun tipo. Ci appelliamo solo al Paese perché capisca il sopruso che si sta tentando di fare in questi giorni», è la risposta di Prodi a chi gli chiede un commento ad un eventuale appello all'Udc perché faccia marcia indietro sulla legge elettorale e accetti un patto di desistenza con l'Unione alla politiche del 2006."

Francamente c'è da restare allibiti: dire che Casini sia fazioso mi pare quanto meno molto azzardato, poiché forse è stato l'unico esponente dell'attuale maggioranza a dimostrare equilibro e moderazione. L'affermazione che lascia più perplessi - o forse preoccupati - è quella relativa alla mobilitazione del Paese. Prodi ha voluto così rispolverare un cliché caro alla sinistra radicale: la mobilitazione della "piazza". Un metodo che negli scorsi anni ha coinvolto i movimenti più vari, come ad esempio quello dei "Girotondini".
Un metodo, quello della mobilitazione della piazza, non proprio salutare per una democrazia nella quale il dibattito politico si svolge istituzionalmente in seno al Parlamento. Se davvero Prodi crede che Casini sia fazioso, quale miglior luogo se non il Parlamento sarebbe più ideale per discuterne? D'altronde Casini è il Presidente della Camera dei Deputati, per cui non si capisce questa scelta alternativa ai luoghi preposti a tal fine.
"Ci appelliamo solo al Paese": è un'affermazione grave: è come dire: "il Paese deve rovesciare i progetti che il Parlamento, emanazione del popolo, approva in nome del popolo! Il popolo contro i rappresentanti del popolo!
Cari lettori, il senso profondo è proprio questo: una grande contraddizione in termini, che il Professore scaglia  a tutto campo. E con lui, s'intende, gran parte della sinistra. Proprio quella sinistra che, dall'alto del suo dorato scranno moralista, esortava (per usare un eufemismo) il centro destra a riferire in Parlamento (come è giusto che sia) sulle principali decisioni del Governo, cosa che quest'ultimo ha sempre effettuato. 
Ecco quindi che il centro sinistra prima predica bene, poi razzola male. 
La verità è che ormai Prodi, oltre a non avere più (se mai ne ha avuti) validi spunti per criticare seriamente la maggioranza, è sempre più inscritto nel modus vivendi della sinistra radicalista, che non tiene conto delle istanze dei centristi.
Un gioco pericoloso per la coalizione stessa, poiché Prodi non ha un preciso referente partitico e in virtù di questa anomalia può "saltare" di palo in frasca, mimetizzandosi tra lo schieramento all'uopo più congeniale.
E questa è già la seconda grande "preoccupazione" del Professore che si è susseguita nel giro di pochi giorni, dopo quella relativa alla presunta faziosità dei mass media italiani, suggeritagli peraltro dalla consorte.
Un uomo, il nostro Prodi, che evidentemente è sempre angosciato, sempre pessimista, sempre con la catastrofe che incombe alle spalle: proprio una persona che ispira fiducia per il futuro dell'Italia, non c'è che dire! 

Snake 

Postato da: facethetruth a 18:19 | link | commenti

martedì, 27 settembre 2005
Radicali nell'Unione: un puzzle complesso

Marco PannellaCominciano i problemi per la tanto decantata unità socialista tra Radicali e Sdi all'interno dell'Unione. Questo dispaccio dell'Ansa del 26/09/2005 ci aiuta ad introdurre brevemente la questione:

"Se per socialisti e radicali l'unione socialista e' ormai cosa fatta, in molti nel centrosinistra sono ancora perplessi su questo 'matrimonio'. 'Con i radicali si e' aperto un cantiere per far nascere una nuova forza', dice Boselli. 'Un vero progetto politico rigorosamente laico', fa eco Bonino. Ma la Margherita e' perplessa: con i Radicali problemi non risolti, avverte Castagnetti. Una presenza complicata, conferma Enrico Letta. In controtendenza il Verde Cento: i problemi vengono dal Nuovo Psi."

Si parla infatti di un "vero progetto politico rigorosamente laico". Tutto ciò cozza evidentemente con le istanze della Margherita e dell'Udeur, che hanno dimostrato molte perplessità al riguardo. Non dimentichiamoci infatti che all'interno della Margherita vi sono gli ex Popolari di Castagnetti, sempre piuttosto refrattari ai Radicali.
Ma il problema più grosso pare provenga dall'Udeur,  Mastella infatti mal digerisce l'ingombrante presenza di Pannella nell'Unione, tant'è che c'è il rischio concreto di una defezione dell'Udeur stessa dalla coalizione guidata dal Professore.
Altro tassello dell'insolito puzzle è quello del nuovo Psi, che pare proprio deciso ad uscire dalla Cdl, ma che incontra le ostilità dei Verdi.  
Se ne sono dette tante su questa vicenda, forse se ne è parlato troppo, dal momento che non c'è ancora niente di sicuro.
Bisognerà vedere se gli artefici di questo progetto avranno davvero la forza per concretizzare il tutto o se invece si tratterà di un fuoco  di paglia.
Siamo ormai abituati ai "segnali" lanciati da Pannella e Capezzone alle varie forze politiche. Da diversi anni infatti i Radicali non riescono ad ottenere seggi in Parlamento e - diciamoci la verità - le casse del Partito piangono. E' ovvio infatti che non riuscendo negli ultimi anni a concretizzare una benché minima proposta politica, gli elettori - anche i più fedeli - si disaffezionano e si verifica conseguentemente un calo dei tesserati e quindi delle entrate economiche: dura lex sed lex.
Per cui è pacifico che i Radicali cerchino ad ogni costo  di fare "patti anche col diavolo" come disse lo stesso Capezzone un anno fa ad una conferenza alla quale io stesso assistetti.
Ma a volte i patti col diavolo possono risultare molto rischiosi ed è difficile, allo stato attuale delle cose, riuscire a capire se l'unione tra Radicali e Socialisti approdi veramente alla costituzione di una nuova forza politica.

Snake

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lunedì, 26 settembre 2005
Hamas: una tregua precaria

Militante di HamasProprio ieri sera, uno dei leader di Hamas, annunciava una tregua riguardo il lancio di razzi sulla cittadina israeliana di Sderot (fonte: Ansa). Pare quindi sia tutto finito. In realtà, ora più che mai, Israele deve tenere gli occhi bene aperti: ben venga quindi la risolutezza di Sharon nel colpire senza sconti tutti gli integralisti che compiono questo genere di atti.
Ma la tregua di Hamas la "dice lunga" anche su altre cose.
In primo luogo, è molto difficile che un movimento come Hamas dichiari di punto in bianco una tregua del genere: questo può significare che effettivamente l'auto saltata in aria alcuni giorni fa in occasione dei festeggiamenti non fosse il risultato di un'azione israeliana, come lo stesso Hamas ha voluto far credere. Hamas ha solo cercato un pretesto per poter attaccare Israele, ma evidentemente (meglio tardi che mai) si è resa conto di essere andata "troppo oltre", vista la reazione di Israele.
In secondo luogo, è probabile che il premier Palestinese Abu Mazen sia intervenuto a calmare le acque, compito piuttosto ingrato, vista la storica rivalità tra Olp e Hamas.
Rimane invece la constatazione che, nonostante la buona volontà di Israele dimostrata col ritiro da Gaza, i gruppi terroristici palestinesi costituiscono ancora un problema di grande portata. Già con la profanazione e distruzione delle sinagoghe lasciate intatte dagli israeliani, non hanno certo costituito un esempio edificante e il lancio dei razzi in territorio israeliano conferma che questo genere di movimenti sono incapaci di agire attraverso i normali canali del dialogo e della collaborazione, ma si pongono sempre sui binari di violenza e lotta armata.
Abu Mazen, in verità, pur essendo in una posizione delicata, non otterrà alcun successo se continuerà a lasciare spazio ad Hamas o al Movimento del Jihad islamico: perché possono continuare a girare armati indisturbati? Perché non vengono dichiarati illegali? Perché e da chi ottengono senza alcun ostacolo le loro armi?
In verità le domande sarebbero tante altre ancora e probabilmente tutti noi ne conosciamo la risposta.
Certo, inimicarsi Hamas da parte di Abu Mazen significherebbe inimicarsi parte dei Palestinesi: si tratta allora di far capire agli stessi Palestinesi che Hamas o un qualsivoglia altro movimento terroristico non costituisce l'alternativa alla democrazia e allo stato di diritto: lo hanno sperimentato i Palestinesi stessi sulla loro pelle attraverso anni di patimenti, come tante altre popolazioni arabe, dall'Algeria all'Egitto. Bisogna altresì ammettere che l'Olp, soprattutto Yasser Arafat, non hanno mai fatto niente di concreto per uscire da questa situazione di stallo, rivelandosi inoltre una struttura corrotta e poco credibile (anche perché tutti gli aiuti esteri venivano gestiti personalmente dallo stesso Arafat, che non disdegnava di trattenere per sé diverse somme). E' chiaro quindi come anche i cittadini palestinesi abbiano perso la loro fiducia nei confronti dell' attuale Autorità costituita.
Per cui, Abu Mazen deve innanzittutto guadagnarsi la credibilità della gente e anche della comunità internazionale, in modo da essere abbastanza forte per troncare col terrorismo. Credibilità che si guadagna solo con l'instaurazione di istituzioni sane e democratiche, che siano trasparenti  e in grado di funzionare e che vadano incontro alle incombenze quotidiane della popolazione, incombenze, queste, materiali e non spirituali.
E' un cammino duro e difficile, ma forse è il solo che possa essere intrapreso.
Israele ha già fatto i primi sofferti passi avanti, pur non rinunciando (giustamente) alla massima intransigenza nella repressione del terrorismo.
E' ora che Abu Mazen si svegli, la campana è suonata da tempo.

Snake

Postato da: facethetruth a 11:09 | link | commenti

venerdì, 23 settembre 2005
Clamoroso a Kabul

Hamid KarzaiDal Foglio on-line del 22/09/2005:

"Kabul. Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha detto di “apprezzare” il ritiro unilaterale di Israele da Gaza e non ha escluso la possibilità di allacciare relazioni diplomatiche con Israele, a patto che sia riconosciuto lo Stato palestinese. Martedì pomeriggio un gruppo selezionato di giornalisti stranieri e locali è stato invitato al palazzo presidenziale, costruito dai re afghani. Il capo dello Stato ha parlato liberamente di tutti gli argomenti d’attualità, dalle elezioni parlamentari di domenica scorsa alle ultime minacce di al Qaida contro il paese. Alla fine dell’incontro, rispondendo a una domanda sulle recenti dichiarazioni distensive del Pakistan nei confronti dello Stato d’Israele, Karzai ha lasciato intendere la possibilità di un’apertura di relazioni diplomatiche con Gerusalemme. La domanda è stata posta da un giornalista pashtun di Radio free Europe, che sottolineava come il Pakistan abbia molte divergenze, ma altrettanti aspetti in comune con l’Afghanistan. Il giornalista afghano ha chiesto quale potrebbe essere la reazione del Parlamento a un eventuale avvicinamento fra Afghanistan e Israele. Karzai ha risposto in pashtun, sostenendo di esprimere un’idea personale e di non poter parlare a nome del Parlamento.
All’inizio Karzai si è soffermato sul potente vicino: “Quella pachistana è una società diversa dalla nostra e non voglio esprimermi su questioni relative a un altro paese”. Nonostante Karzai abbia ribadito che per l’Afghanistan si dovrà pronunciare il nuovo Parlamento, ha aggiunto: “Noi apprezziamo la soluzione negoziale dei problemi fra palestinesi e israeliani che sta prendendo piede. Anche altri Stati musulmani hanno relazioni con Israele”. L’ammissione più importante è arrivata alla fine: “Se il governo israeliano riconoscerà lo Stato palestinese, l’Afghanistan non avrà alcun problema a stabilire relazioni con Israele. Al momento, però non posso dare una risposta definitiva in tal senso”.
Alla fine dell’incontro, Jowe Ludin, il giovane collaboratore del presidente afghano, suo mentore nei rapporti con la stampa e non solo, ha tradotto e spiegato il pensiero di Karzai, ribadendo l’intenzione di incamminarsi sulla strada dell’apertura diplomatica al governo di Gerusalemme."

Snake

Postato da: facethetruth a 07:57 | link | commenti

giovedì, 22 settembre 2005
Roberto Castelli uguale a Al Zawahiri? Troppa fantasia tra i giornali Sauditi

Al ZawahiriIl Giornale on-line del 22/09/2005 riporta la seguente notizia:

"La Lega come i terroristi. L'attacco è stato sferrato da un quotidiano moderato edito in Arabia Saudita, che paragona Castelli a al Zawahiri e definisce il Guardasigilli una minaccia per l'Islam. Calderoli passa al contrattacco: «Via dall'Italia chi non rispetta le nostre leggi». Il ministro Pisanu: «Scuole islamiche illegali, i bimbi vadano in quelle italiane»."

Anche con un enorme sforzo di fantasia mi sembra quantomai impossibile vedere in Castelli Al Zawahiri. Addirittura secondo il quotidiano "moderato" in questione, costituirebbe una minaccia per l'Islam. A volte mi chiedo come sia possibile "partorire" simili articoli in un Paese che vieta nel proprio territorio qualsiasi culto al di fuori dell'Islam.
Sorvolando su queste digressioni sarcastiche, voglio solo aggiungere che sono d'accordo con Pisanu: poiché questi bambini, pur essendo Musulmani, sono cittadini Italiani, è un loro diritto/dovere studiare nelle scuole italiane. Nel momento in cui si decide di vivere in un paese straniero si devono osservare le relative leggi. Ciò non significa rinunciare alla propria cultura: significa solo evitare una ghettizzazione ingiusta e talvolta pericolosa (si pensi alle scuole modellate sulla falsariga delle Madrasa Pakistane). Ghettizzazione che può tradursi in disagio sociale, delinquenza o assenza di strumenti culturali adeguati per una piena realizzazione personale, economica e professionale in Italia. Ed è altresì un diritto di questi bambini poter studiare l'arabo nelle scuole italiane, che costituisce senz'altro un arricchimento culturale che consente loro di riappropriarsi delle loro radici in un contesto di tolleranza e integrazione: tutto il contrario di quello che succederebbe se le scuole coraniche venissero parificate a quelle statali.

Snake

Postato da: facethetruth a 11:17 | link | commenti

venerdì, 16 settembre 2005
L'errore dell'Europa

Abu Mazen e Ariel SharonDal Corriere della Sera on-line del 16/09/2005:

"I palestinesi godono, in Europa, di amicizie estese.
Le loro sofferenze hanno commosso, più di quelle di altri popoli oppressi, tanti europei. Però gli amici europei dei palestinesi non li aiutano quando, anziché incalzarli, ne giustificano qualunque azione. E' rappresentativa dei sentimenti di tanti, ad esempio, l'opinione di Piero Sansonetti (Liberazione), secondo cui nelle sinagoghe bruciate a Gaza non c'è nulla di male e chi non è d'accordo è un «razzista». Ma l'indulgenza per tutto ciò che i palestinesi fanno non è una buona medicina. Può anche contribuire alle loro future disgrazie.
Esiste una stretta relazione fra le caratteristiche dei movimenti di liberazione nazionale e quelle degli Stati a cui quei movimenti danno vita.

Data la natura del movimento di liberazione palestinese è possibile immaginare come sarà lo Stato palestinese che, come è giusto, prima o poi dovrà nascere? C'è il rischio che un tale Stato, se i gruppi politici palestinesi non si emenderanno di certi vizi, diventi una satrapia corrotta e sanguinaria, simile a tante altre. I cittadini palestinesi passerebbero dall'occupazione israeliana all' oppressione di bande armate «autoctone ».

In sostanza, o Abu Mazen riesce a bonificare le istituzioni della società palestinese, rimediando a tutto ciò che Arafat aveva così mal fatto, oppure la sorte dei palestinesi sarà segnata: li attenderà in ogni caso, ancora una volta, un destino di oppressione e sofferenze.

I movimenti nazionalisti possono essere di tipo civile oppure etnico. Il nazionalismo «civile», pur non mancando della dimensione etnica (o religiosa), si caratterizza per il fatto di non volere una patria qualsiasi, ma uno Stato che assicuri uguaglianza di diritti ai suoi appartenenti. Poiché proprio la mancanza di uguaglianza di diritti (negata ai membri di quel gruppo nazionale da altri Stati) ha fatto nascere questa forma di nazionalismo e lo ha spinto a fondare un nuovo Stato. Così si formarono molti Stati occidentali, e lo Stato d'Israele stesso, con la sua democrazia e l'uguaglianza di diritti degli israeliani. Poi ci sono i (più numerosi) nazionalismi puramente etnici. Qui la patria è voluta a prescindere dai diritti di cittadinanza: si tratta solo di dare a una specifica etnia il suo Stato. La mancata considerazione dei diritti di cittadinanza sfocia in uno Stato oppressore. Il fatto che nel nazionalismo palestinese sia prevalente la dimensione etnica dipende dalle caratteristiche dei suoi iniziatori.

Arafat non era un Mazzini né un Ben Gurion. In Europa si è sempre glissato sul fatto che Arafat fosse diventato uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente. Le sue inclinazioni, e quelle dei suoi più stretti compagni d'arme, lo portarono a creare un sistema di potere fondato su violenza e corruzione. Una volta data agli israeliani la loro parte di colpe, resta il fatto che fu soprattutto responsabilità di Arafat se nel periodo di pace e di autonomia seguito agli accordi di Oslo non nacquero istituzioni sane, tali da prefigurare un futuro Stato palestinese, sano a sua volta.

Gli amici europei dei palestinesi, anziché giustificare sempre tutto, dovrebbero aiutarli a lavorare per la costruzione di uno Stato «decente ». Abbandonando Gaza, Sharon ha dato ai palestinesi una opportunità. Se la sprecheranno, non potrà cadere su altri la colpa."

Angelo Panebianco

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giovedì, 15 settembre 2005
Anche Christian Rocca è per il maggioritario

Silvio Berlusconi. Le incognite sul sistema elettoraleAnche Christian Rocca difende a spada tratta il maggioritario. Ecco uno dei suoi ultimi post tratto da Camillo del 14/07/2005:

"Camillo è iper maggioritario, considera l'attuale legge una iattura e crede che l'unica riforma possibile sia l'abolizione della quota proporzionale e il ritocco della Costituzione in funzione maggioritaria. Detto questo, la mossa del Cav. mi pare geniale. Non sono d'accordo, ma è intelligente (non per uno statista, ma per il Cav). La critica secondo cui la legge elettorale non va fatta prima delle elezioni non sta in piedi (è ovvio che va fatta prima; dopo non ha senso anche perché sarebbe necessario rivotare, tanto che il cambiamento della legge elettorale costituisce per la dottrina uno dei tre motivi di scioglimento delle Camera). Fantastico assistere all'imbarazzo dei maggioritari nel Polo e dei proporzionalisti dell'Ulivo. Il paradosso è che con l'attuale semi-maggioritario (un sistema che favorisce la governabilità rispetto alla rappresentanza) abbiamo seimila partitini, mentre col possibile nuovo proporzionale (un sistema che garantisce la rappresentanza) non ci sarebbero più i pecorari scani, i mastella, i di pietro, i comunisti unitari, i comunisti italiani, i socialisti, forse neanche la lega né l'orribile Udc.
E di per sé il Paese non ne soffrirebbe".

Snake

Postato da: facethetruth a 16:17 | link | commenti (2)

Fini: prima le riforme poi la legge elettorale

Gianfranco FiniDal Corriere della Sera on-line del 15/09/2005:

ROMA - "Non è il momento di fargli domande. «Parlò laggiù...». In fondo al corridoio dell’hotel Jolly. Gianfranco Fini non stanco, non teso: ma calmo e risoluto. Mario Landolfi, che ha assistito all’esecutivo nazionale di An, durato tre ore e un quarto, consiglia: «Non perdetevelo, Gianfranco. Come dire? Sarà interessante...». Molto interessante. Perché Fini detta - e, davvero, all’inizio di questa sorta di conferenza stampa è esattamente ciò che fa: detta - le condizioni, i tre punti che An pone per riformare la legge elettorale.

LE CONDIZIONI - «Noi di An riteniamo essenziale la salvaguardia del bipolarismo. Pretendiamo che diventi un fenomeno "i-rre-ver-si-bi- le"...». Parla scandendo l’ultima parola, Fini, e certo non sa che, giusto dopo pochi minuti, il presidente del Senato Marcello Pera, alla festa dei giovani di An, dirà: «Sono preoccupato. C’è il rischio di un ritorno alla democrazia sperimentata per cinquant’anni. In cui il voto non andava a un governante possibile, ma a un partito, a una lista, senza che poi nessuno potesse controllare il seguito, l’esito di quel voto».

SFIDA ALL’UDC - All’hotel Jolly, intanto, Fini prosegue: «Quindi, la nostra prima condizione è questa: An non voterà la riforma elettorale se, prima, il Parlamento non avrà votato la riforma costituzionale, poiché è fondamentale, come spiega la cosiddetta "norma antiribaltone", che nessun governo scelto dagli elettori possa essere sostituito da un altro scelto dai partiti». Punto secondo: «Chiediamo che i partiti indichino non soltanto un programma, ma anche il nome e il cognome del premier». Punto terzo: «Pretendiamo che la soglia di sbarramento del 4% non venga cancellata dall’emendamento, perché la sua eliminazione non darebbe sufficienti garanzie di governabilità».A questo punto, Fini si concede il primo sorriso, sebbene sappia che, proprio con quest’ultimo punto, traccia una prima netta rotta di collisione con l’Udc, che sta lavorando proprio in direzione opposta, e cioè a un emendamento che possa modificare o abolire la soglia del 4%, prevista dal testo presentato ieri dalla Cdl, «per tutelare i partiti più piccoli».

IL PREMIER - Silvio Berlusconi, dicono, è già preoccupato. Il premier è a New York, c’è il sessantennale delle Nazioni Unite. Arriva in albergo e dice: «La riforma elettorale? Questo è il momento in cui si deve fare... Possiamo lavorare di notte». Poi, lo vedono allargare le braccia: «Tutto dipende dall’esistenza di un accordo nella Cdl...». Certo, c’è il «solito» ostruzionismo dell’opposizione... Quanto alle perplessità di An, «parliamo di una cosa alla volta»".



Fabrizio Roncone

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mercoledì, 14 settembre 2005
Il grave errore di un ritorno al proporzionale

EmblemaSembra ormai cosa fatta. La maggioranza al governo si accinge, pare, ad approvare una riforma elettorale di tipo proporzionale. Sono convinto che ciò sia un grave errore e che produrrà nefaste conseguenze per il futuro della politica italiana. Con questo voglio innanzittutto mettere in chiaro una cosa: le critiche che seguiranno non saranno le stesse snocciolate dal sedicente paladino della democrazia Romano Prodi: egli infatti accusa il governo di mettere in pericolo la democrazia: accuse infondate e senza senso, dal momento che la Cdl, essendo stata votata dai cittadini e non violando alcuna norma Costituzionale, ha tutta la legittimità necessaria per portare avanti tale riforma. No, le mie "impressioni negative" sono dettate dai contenuti della riforma e non dai mezzi utilizzati per attuarla.
Un ritorno al proporzionale, come ho spiegato altre volte, potrebbe significare un'involuzione del sistema politico italiano, col rischio di un'implosione di pari portata a quella verificatasi agli inizi degli anni '90.
Ormai la logica del bipolarismo è ben radicata in Italia, ma per conservarla e anzi svilupparla, non serve certo il metodo proporzionale, poiché esso opera nel senso di frammentare le coalizioni, al contrario del maggioritario, che tende invece a "scremare" il sistema politico e a coagularlo in 2 schieramenti. Con questo non voglio dire che tecnicamente il proporzionale non sia compatibile col biporalismo: tuttavia un bipolarismo inficiato dal proporzionale aumenta le possibilità di scarsa governabilità e di paralisi governative a cause dell'aumentata tendenza ad accentuare logiche settoriali e di spartizione. Un maggioritario invece, elimina proprio le distorsioni causate dal proporzionale: queste ultime infatti non possono essere sufficientemente "tenute a freno" da soglie di sbarramento.
E pensare che, qualche mese fa, sembrava cosa fatta la nascita del partito unico di centro destra! Sono bastate poche "incursioni" dell'Udc per cambiare le carte in tavola!
Proviamo per un attimo a pensare a tutti i governi dell'Italia repubblicana fino al 1992: di fatto esisteva una vera e propria sclerosi del sistema politico, caratterizzata da estrema caducità e paralisi decisionale, in altre parole: i governi cadevano come foglie al vento, le coalizioni al potere erano sempre le stesse, senza una reale e salutare alternanza. Questo in estrema sintesi è ciò che succedeva allora. Vogliamo davvero tornare a questo stato di cose? Certo, i tempi sono cambiati, come pure i partiti e le dinamiche politiche. Ma dopo una tale esperienza, sarebbe più opportuno, per l'Italia, continuare sulla via del maggioritario e del bipolarismo.
Allora mi chiedo: che fine ha fatto An? Forse, nella Cdl, era la coalizione che difendeva maggiormente la logica del bipolarismo, ma ora sembra sparita. E' possibile che l'Udc, la coalizione minore (in termini elettorali) del centro destra debba dettare legge su un tema così importante? E' evidente che Follini è un nostalgico dell'ex Dc, talmente nostalgico da auspicare un ritorno al proporzionale. In realtà, i centristi dell'Udc sanno bene che, se vogliono dare vita a un "terzo polo" di centro, la sola via da intraprendere per ottenere successo è quella del proporzionale. Già, in tal modo il partito del centro potrebbe acquisire la forza per potersi alleare, a sua discrezione e convenienza politica, talora coi partiti di destra, talaltra con quelli di sinistra.  Proprio quello che accadeva negli anni della "Prima Repubblica".
Tuttavia, forse c'è ancora speranza che Berlusconi e gli altri alleati si "ravvedano". Infatti il Premier, da New York, ha dichiarato che sì, la riforma potrebbe essere approvata, però qualora vi sia il consenso di tutta la maggioranza. Mi auguro, per il bene della politica italiana, che il proporzionale rimanga solo una brutta esperienza del passato.

Snake 

Postato da: facethetruth a 09:41 | link | commenti (2)